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Antifascisti in Urss, marcia per l’inferno

 
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Alessia
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MessaggioInviato: Sab Apr 01, 2006 4:17 pm    Oggetto: Antifascisti in Urss, marcia per l’inferno Rispondi citando

Antifascisti in Urss, marcia per l’inferno

La storia di Ugo Citterio, volontario contro Franco e liquidato da Stalin


Cognome e nome: Citterio Ugo. Nato a Seregno nel 1900, operaio bronzista, carattere ribelle, antifascista della prima ora. Carriera politica: iscritto al Pci dal 1922, arrestato lo stesso anno per aver scioperato e da allora dentro e fuori le prigioni fasciste; nel ’34 esule a Parigi, disoccupato, inviato dal partito l’anno seguente in Unione Sovietica per evitare una brutta fine. Esperienze successive: volontario alla guerra di Spagna; valoroso combattente antifranchista; giudicato politicamente meritevole, dopo la sconfitta repubblicana, di essere "rimpatriato" in Urss. Conclusione: arrestato il 15 giugno 1940, di ritorno a Mosca, con l’accusa di trotzkismo; condannato a otto anni di lavori forzati nel lager di Uchto-Izemskij; morto l’anno seguente di stenti nell’ospedale del lager; riabilitato dal regime sovietico (con involontaria ironia) il 12 febbraio 1955. Ecco quanto resta di lui: documenti ingialliti e due fotografie scattate dal Kgb poche ore dopo l’arresto. Ma quel che riemerge dalla polvere dell’Archivio di Stato di Mosca è sufficiente a restituirci la tragedia di una vita. Le istantanee lo ritraggono tranquillo, Ugo Citterio, lo sguardo spavaldamente rivolto verso l’obiettivo, un giovane scarmigliato che deve aver fatto l’abitudine alle disavventure e di certo non sospetta d’essere finito in mano ai suoi assassini. Perché, dopotutto, lui rimaneva un comunista, e a Mosca immaginava di trovarsi in terra amica. Se gli avessero detto che la sua stessa fede incorruttibile lo avrebbe condannato, non ci avrebbe creduto: eppure fu così. Passo dopo passo, dall’Italia alla Francia, poi all’Urss e alla Spagna e di nuovo all’Urss, quella stessa limpidezza ideologica che gli aveva consentito di superare tutti gli esami di ortodossia marxista-leninista finì per essergli fatale: una corsa inconsapevole verso l’epilogo nel cimitero anonimo di un gulag.
La storia di Ugo Citterio, pur estrema, è solo una fra le tante dei desaparecidos italiani in Russia; e in particolare di quegli antifascisti che ebbero un destino ingrato, combattendo un totalitarismo soltanto per farsi divorare dall’altro. Come Citterio, un migliaio di nostri emigrati incappò nelle purghe di Stalin senza neppure comprendere in base a quali accuse venissero condannati. Duecento morirono per fame, percosse o fucilazione; agli altri un po’ più fortunati fu concesso di campare fino alla pace: ma anche allora il ritorno in Italia venne loro precluso da Paolo Robotti, dirigente del Pci e cognato di Togliatti, per evitare testimonianze scottanti sulle atrocità sovietiche.
Solo una fra tante, dunque, la vicenda del bronzista di Seregno; eppure seguendone il filo si penetra in un sotterraneo ideologico di connivenze e tradimenti. A Citterio e ad altri tre antifascisti, di cui ora conosciamo i nomi, l’arruolamento in Spagna venne concesso come premio: erano irreprensibili e fidati. Qualità attestate da un documento, sepolto per decenni e ora ritornato alla luce grazie a tre ricercatrici della Fondazione Feltrinelli (Elena Dundovich, Francesca Gori ed Emanuela Guercetti in collaborazione con il Memorial di Mosca).
Il documento russo è eccezionale perché firmato da Ercoli in persona, alias Palmiro Togliatti, già allora capo dei comunisti italiani oltre che uno dei segretari dell’Internazionale. L’anno è probabilmente il 1936: lo stesso di un altro documento che consente di stabilire la responsabilità di Togliatti nella condanna, e conseguente deportazione, di cittadini italiani nei lager sovietici. I giudizi sottoscritti da Ercoli-Togliatti a proposito dei volontari italiani in Spagna sono dettagliati: Ugo Citterio è definito «emigrato politico» con «preparazione militare» e la sua richiesta viene appoggiata senza riserve; di un secondo, Giovanni Peri, Togliatti ricorda che ha «studiato alla scuola leninista», è «politicamente sviluppato» ed è «un compagno serio»; altri due, Giovanni Cemento e Mario Rossi, sono presentati come elementi «utilizzabili» fra gli emigrati.
Che cosa dimostra questo documento? Anzitutto il ruolo determinante del capo comunista nel decidere sulla vita o la morte dei compagni; proprio mentre in Urss cominciava l’epoca delle purghe, inviare qualche italiano in Occidente, sia pure per imbracciare un fucile, significava sottrarlo a morte probabile (e infatti queste partenze volontarie degli antifascisti italiani rifugiatisi in Russia si spiegano soprattutto come un tentativo di sottrarsi all’asfissiante clima poliziesco di Mosca). E poi, il documento qualifica Citterio e compagni come «militanti fidati». Per altri il giudizio di Togliatti sarà meno favorevole: e di questi ben pochi lasceranno mai l’Urss.
I prescelti invece? Quando giungono in Spagna, vengono schedati su basi politiche insieme agli altri 3500 italiani desiderosi di combattere Franco. Si battono bene, ma i commissari del partito non li perdono di vista: del resto hanno l’avallo dello stesso Togliatti, giunto in Spagna nell’estate del ’37.
Seguono fatti tristemente noti: il regolamento dei conti con gli anarchici, la vittoria di Franco, il dramma degli antifascisti sconfitti che, mentre nazismo e fascismo dilagano, non hanno più un paese dove rifugiarsi. Ed ecco il paradosso: tutto il gigantesco materiale di schedatura viene portato in Russia, dove si esamina caso per caso allo scopo di concedere il visto d’ingresso ai soli «compagni più fidati». Fra questi figurano tre italiani: Giosuè Elli, un certo Cosessi e il nostro Ugo Citterio. Altri, esclusi dall’onore del "rimpatrio", dovranno vedersela con l’Ovra e la Gestapo; invece i comunisti "fidati" troveranno ad accoglierli gli agenti di Stalin e finiranno nei lager. Molti moriranno tra gli stenti; in maggioranza concluderanno i loro giorni in qualche sperduto luogo della pianura russa.
Ugo Citterio appartiene alla prima schiera: il lager di Uchto Izemskij non restituirà mai il suo corpo, soltanto due fotografie e un certificato di morte. Oggi rimane quel volto, fra i tanti che Stalin rese invisibili per sempre.
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