Admin Anticomunista Amministratore

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Inviato: Gio Apr 13, 2006 12:36 pm Oggetto: Il buio regna in Bielorussia di Andrzej Stasiuk |
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Il buio regna in Bielorussia
La solitudine di quei dimostranti al limite estremo del nostro continente. Sicuri di venire ridotti al silenzio
La Bielorussia è lontana. Confina con il mio paese, ma a volte è difficile credere nella sua esistenza. Non ci sono mai stato. So che forma ha sulla cartina, ma mi riesce difficile darle un significato qualsiasi. Il paese di mio padre si trova a 30 chilometri di distanza dal confine bielorusso. Da bambino ci andavo spesso. Anche adesso ogni tanto vado in visita da quelle parti. Ma non mi è mai venuto in mente di spingermi ancora un po' più a est.
Come Stato la Bielorussia esiste da 15 anni. In passato è stata una Repubblica sovietica. Prima della Seconda guerra mondiale la Bielorussia era divisa tra Polonia e Unione Sovietica. In precedenza era stata conquistata dall'impero dei Romanov insieme a una parte della Polonia. Prima ancora, nel XVI e nel XVII secolo, insieme a Lituania, Ucraina e Polonia faceva parte dello Stato più grande d'Europa, una Repubblica che si estendeva dal Mar Baltico al Mar Nero. Una situazione piuttosto complicata, ma in questa parte d'Europa ci siamo abituati.
Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso la regione bielorussa del Polesie era il più grande acquitrino d'Europa. Poi i sovietici bonificarono la zona e provocarono un disastro ecologico. A casa ho un album di fotografie del Polesie degli anni Trenta: un paesaggio piatto e paludoso che infonde una calma eterna. Il bestiame è immerso fino ai ginocchi in pascoli fangosi. Le barche trasportano fieno, tiri di cavalli, legna da ardere e vitelli. Nei giorni del mercato centinaia di barchette sono ormeggiate alle banchine. Sembra quasi una Venezia arcaica, rustica, fatta di legno, paglia e giunchi.
Queste fotografie di settant'anni fa mostrano come per lungo tempo la storia abbia lasciato in pace queste terre, e questo riguardava tutta la Bielorussia. Era un paese sonnolento e contadino, privo di una precisa autocoscienza. I russi insistevano sul fatto che i bielorussi erano russi che parlavano in dialetto, i polacchi affermavano invece che erano polacchi soggetti agli influssi del cristianesimo ortodosso. Gli stessi bielorussi dicevano di essere 'gente del posto' o 'ortodossi'. Solo qualche ristretta cerchia di intellettuali a cavallo tra il XIX e il XX secolo iniziò a definire i bielorussi come un popolo a se stante.
Sotto il regime sovietico la Bielorussia subì violente trasformazioni. Le antiche strutture sociali vennero completamente distrutte. La società era contadina al 90 per cento, quindi la collettivizzazione forzata devastò mentalmente tutta la nazione. Venne introdotta una violenta industrializzazione. Nei dintorni di Kuropaty vicino Minsk, tra il 1937 e il 1941, i sovietici ammazzarono circa 150 mila persone, appartenenti soprattutto alle élite bielorusse e al movimento nazionale bielorusso. Questo vuol dire che vennero ammazzati tutti gli intellettuali: di 238 scrittori bielorussi soltanto 20 sopravvissero alle purghe staliniane. Ma vennero ammazzati anche i contadini ostili alla collettivizzazione o semplicemente i 'nemici del popolo', una categoria dentro la quale potevano finire praticamente tutti.
Come se fosse poco, è proprio attraverso la Bielorussia che i tedeschi marciarono verso Mosca, così come fecero i russi verso Berlino qualche anno dopo.
E ora ci si mette anche questo baffuto direttore di un colcos, questo personaggio da commedia trasformatosi improvvisamente in un lugubre dittatore...
Adesso immaginatevi la solitudine di quel gruppuscolo di persone che protestavano contro i brogli elettorali a Minsk. Immaginatevi il freddo, la neve, l'oscurità, centinaia di poliziotti armati fino ai denti e appostati al buio. Immaginatevi questa solitudine assoluta da qualche parte al limite estremo del nostro continente. Non si illudevano certo di vincere. Erano sicuri che prima o poi sarebbero stati ridotti al silenzio. Non chiedevano niente di speciale, solo nuove elezioni. Sapevano benissimo che, anche senza brogli, per ora avrebbe vinto di nuovo il dittatore. Determinati, destinati a una sconfitta immediata, chiedevano solo la forma più semplice di onestà, il fondamento di una società libera e democratica. Il più giovane Stato europeo (dal punto di vista della tradizione politica), forse il più periferico e dimenticato, è sceso in campo per lottare in nome di valori che a noi sembrano scontati. E finché è così, finché nuovi paesi desiderano unirsi alla comunità europea, allora vuol dire che l'Europa non sta poi messa tanto male. E qui non si tratta del benessere o dello standard di vita europeo. Per cose del genere la gente non va in prigione e non si mette sotto la canna dei fucili. Si tratta di qualcosa di più grande. |
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