Indice del forum Crimini del Comunismo
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Crimini commessi in nome della Resistenza

 
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Inviato: Gio Apr 24, 2014 10:58 am    Oggetto: Ads

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MessaggioInviato: Mar Lug 19, 2005 5:17 pm    Oggetto: Crimini commessi in nome della Resistenza Rispondi citando

In questa sezione testi che trattano i crimini commessi durante ma soprattutto dopo la guerra civile.
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MessaggioInviato: Mar Lug 19, 2005 5:32 pm    Oggetto: Rispondi citando

LA RESA DEI CONTI – Gianni Oliva – Mondadori

I “cadaveri illustri” di Piazzale Loreto, la giustizia sommaria del momento insurrezionale, le foibe giuliane e le deportazioni nei campi di concentramento jugoslavi: a quale prezzo gli italiani uscirono dalla guerra? Quali ragioni, quali rancori, quali progetti determinarono l’incedere tumultuoso degli avvenimenti? Per mezzo secolo i fatti dell’aprile-maggio 1945 sono stati prigionieri della polemica politica: l’antifascismo li ha rimossi, nel timore che la violenza dell’epilogo potesse macchiare le motivazioni ideali della lotta di liberazione; la destra, all’opposto, li ha trasformati nella bandiera dei vinti e usati in funzione antiresistenziale. Con un’opera coraggiosa e spregiudicata, basata anche su una ricca documentazione inedita degli archivi di stato britannici, Gianni Oliva affronta questo delicato argomento, aiutandoci a comprendere un periodo esasperato e sofferto della nostra storia. Lontano dai compiacimenti agiografici e dalle demonizzazioni strumentali, La resa dei conti riaccende così il dibattito storiografico su un momento che non deve più costituire terreno di memorie contese, per rappresentare invece pienamente, nel bene e nel male, un passaggio fondamentale nell’evoluzione della democrazia italiana.
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MessaggioInviato: Mar Lug 19, 2005 5:33 pm    Oggetto: Rispondi citando

IL SANGUE DEI VINTI – Giampaolo Pansa – Sperling & Kupfer

Che cosa accade quando finisce una guerra civile? Giampaolo Pansa s’inoltra su un terreno ben poco battuto: la resa dei conti imposta ai fascisti sconfitti. Un tema proibito, per gran parte della storiografia dei vincitori. Con Il sangue dei vinti l’autore decide di affrontarlo come nessuno, sinora, aveva fatto. Aiutato da una vastissima documentazione, ricostruisce nei dettagli decine di eccidi e centinaia di omicidi, compiuti per punizione, per vendetta, per fanatismo politico e per odio di classe. Il teatro di questo bagno di sangue è l’Italia del nord, dal 25 aprile 1945 alla fine del 1946 e, in qualche caso, anche più in là nel tempo. Il risultato è un drammatico diario di viaggio dentro l’alba della nostra libertà, quella libertà che il fascismo aveva soffocato nel 1922, preparando la propria rovina di ventitrè anni dopo. Pansa svela le vicende prima d’ora ignorate e descrive la fine di migliaia di italiani che, pur avendo scelto di combattere l’ultima battaglia di Mussolini, non erano tutti criminali di guerra da punire con la morte. Da Milano ad altre aree della Lombardia, da Torino a Vercelli, Novara e Cuneo, da Genova e dalla Liguria al Veneto, dalla Romagna all’Emilia, passando per le terre del “triangolo della morte” – Bologna, Modena e Reggio -, l’inchiesta si snoda all’interno di una seconda guerra civile iniziata dopo la liberazione del paese. È un racconto terribile e spietato, dove a prevalere è la brutalità del castigo inflitto chi era schierato con la Repubblica sociale italiana. Per molti la morte arriva dopo una via crucis di umiliazioni, violenze, torture e stupri. E si incrocia con l’eliminazione preventiva di quanti avrebbero potuto opporsi alla vittoria del comunismo in Italia: i borghesi ricchi, gli agrari, i preti, i democristiani. Il sangue dei vinti è un libro sconvolgente. Il lettore vi troverà le storie di tantissimi italiani incappati nella sorte che sempre tocca agli sconfitti: dai gerarchi del fascismo, come Pavolini, Starace, Farinacci, Mezzasoma, Buffarini Guidi, Solaro, Vezzalini, Morsero, sino a una folla di donne e di uomini qualunque, vite anonime anch’esse straziate. Le loro figure riemergono da queste pagine come fantasmi ancora in attesa di una dignitosa sepoltura. Pansa squarcia la cortina di silenzio sull’altra faccia della guerra che divise in due l’Italia. E ci offre una nuova testimonianza della sua onestà di narratore, capace di osservare con sguardo limpido anche le vicende e le figure di un campo che non è mai stato il suo.
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Alessia
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MessaggioInviato: Lun Dic 26, 2005 5:34 pm    Oggetto: Rispondi citando

SCONOSCIUTO 1945 - Giampaolo Pansa - Sperling & Kupfer

Giampaolo Pansa è andato a trovare alcuni degli italiani che subirono vendette dopo il 25 Aprile, e gli ha chiesto di rievocare le sofferenze patite nei mesi seguiti alla Liberazione. Il risultato è un'opera che si sofferma su donne e uomini vissuti per decenni come se avessero una colpa da nascondere e la cui esistenza è rimasta comunque segnata da un assassinio, una ritorsione, un sequestro o la scomparsa nel nulla di un loro congiunto. Un libro forte, per l'immediatezza del racconto e il carico di dolore che ogni testimonianza porta con sé.

Se "Il sangue dei vinti" era una ricostruzione minuziosa del periodo buio apertosi dopo il ritorno del nostro paese alla libertà, questo nuovo lavoro di Pansa è molto diverso: qui parlano le persone, rivelando all'Autore vicende sempre taciute per varie ragioni: l'ostilità politica, la condizione di sconfitti, l'isolamento sociale e, soprattutto, la paura. Pansa è andato a trovare molti di questi italiani fino a ieri rimasti in silenzio, e gli ha chiesto di rievocare le sofferenze patite nei mesi seguiti alla Liberazione, rendendosi conto che parecchie ferite sono rimaste ancora aperte. Il risultato è un'opera unica nel suo genere: un pezzo di storia italiana narrato da donne e uomini vissuti per decenni come se avessero una colpa da nascondere e la cui esistenza è rimasta comunque segnata da un assassinio, una ritorsione, un sequestro o la scomparsa nel nulla di un loro congiunto. Un libro forte, sconvolgente, proprio per l'immediatezza del racconto e il carico di dolore che ogni testimonianza porta con sè.
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milan
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MessaggioInviato: Mar Mar 14, 2006 5:23 pm    Oggetto: milan Rispondi citando

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MessaggioInviato: Lun Mar 27, 2006 10:49 am    Oggetto: Rispondi citando

"Il Triangolo della Morte" - La politica della strage in Emilia durante e dopo la guerra civile

Autori: Giorgio e Paolo Pisanò
Edizioni Mursia.

Nel marzo del 1991, in seguito a una segnalazione anonima, è stata scoperta a Campagnola (Reggio Emilia) una delle tante fosse comuni scavate dai partigiani comunisti nell’Italia del nord alla metà degli anni quaranta e riempite con i resti di persone assassinate prima o dopo la fine della guerra. Quel ritrovamento, grazie anche al processo di revisione storica e culturale innescato dal crollo del comunismo su scala mondiale, ha riaperto in Italia la questione (mai affrontata fino in fondo perché coperta dal mito della Resistenza) degli italiani uccisi durante e dopo la guerra civile e del rapporto fra quelle stragi e la Resistenza in Italia.
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MessaggioInviato: Ven Apr 14, 2006 7:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

Un martirologio del Novecento: i preti vittime della violenza comunista in Italia dopo il 1945

Paolo Deotto

Centotrenta uomini uccisi. Il primo omicidio è datato 7 agosto 1941, l’ultimo 4 febbraio 1951. In alcuni casi, rari, i killer sono stati perseguiti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l’omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, c’è però una — non meno riprovevole — indifferenza su cose frettolosamente accantonate, perché ormai vecchie, passate. In molti casi all’omicidio si è aggiunto un ulteriore oltraggio, impedendo addirittura che si tenessero pubbliche esequie per le vittime, o anche propalando su di loro dicerie infamanti, quasi a giustificarne l’uccisione. La mano omicida ha colpito in tutta Italia, dalla Val d’Aosta al Friuli, arrivando fino alla Calabria. Tanti i sicari, pochi, come dicevamo quelli puniti, uno solo il mandante. Conosciuto, ma impunito.

Le vittime hanno una caratteristica che le accomuna: sono tutti sacerdoti, secolari o religiosi, parroci o cappellani militari, o semplici preti senza incarichi specifici, o cura d’anime. Molti, moltissimi di loro sono stati uccisi due volte: la prima volta dagli assassini materiali, la seconda volta dall’oblio e dalla negligenza di chi non può o non vuole ricordare.

Sembra la trama di un racconto poliziesco nato dalla fantasia un po’ troppo sbrigliata di qualche scrittore in vena di fornire emozioni «forti» ai lettori. E invece quanto ho descritto è tutto, purtroppo, realmente accaduto e lo racconta Roberto Beretta, giornalista di Avvenire e saggista.

Nella semplicità del suo titolo, diretto, chiarissimo, Beretta affronta uno dei capitoli più oscuri della storia nazionale nel periodo della Resistenza: la strage dei sacerdoti, operata da partigiani comunisti. Si tratta della prima opera che tratta in modo organico e approfondito una realtà, in verità arcinota, ma della quale «non» si doveva parlare, perché poteva minare l’immagine fin da subito oleografica della lotta di Liberazione, e soprattutto l’immagine del partito comunista quale vera avanguardia della lotta medesima.

Beretta tocca uno degli argomenti tabù, uno dei capitoli più tragici della tragica situazione in cui visse il Paese, dilaniato di fatto da due guerre, quella contro i tedeschi e quella civile scatenata dai comunisti. Questi ultimi non combattevano solo contro tedeschi e fascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionarie o se, comunque, sempre a insindacabile giudizio comunista, potevano essere considerati elementi sospetti. Porzus docet — potremmo dire — o, almeno, dovrebbe farci imparare che il Partito Comunista ebbe la «sua» politica da seguire e che i Gruppi di Azione Partigiana (Gap) e le Brigate «Garibaldi» agirono il più delle volte con assoluto disprezzo della pur ufficialmente accettata autorità del Cln.

I preti. Perché ucciderli? La guerra ha una sua spietata logica, nella quale rientra l’uccisione del nemico. Dal momento in cui si attua quella «sospensione della moralità» che è la situazione di conflitto, l’uccisione del nemico comporta però anche la difesa dell’amico, dell’alleato, e la fine delle ostilità comporta anche la fine di quella «licenza di uccidere». La società rientra nella normalità.

Perché dunque uccidere i preti? E perché le uccisioni andarono ben oltre la fine della guerra?

Roberto Beretta si pone, e ci pone, appunto, queste domande.

Nel primo capitolo, Gli epurati, leggiamo: «Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta “prelevati” e mai più ritrovati, tal altra seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perché più l’accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto? Non so, ciascuno giudichi. In me (che la guerra non ho vissuto) ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita. Ma proprio per questo il viaggio vuol partire dagli “epurati”: ovvero dai sacerdoti uccisi per una colpa tutto sommato facile da comprendere, una collusione più o meno spinta col passato regime, che può lasciar capire (mai giustificare!) la loro eliminazione nella concitazione e tra le passioni di un contesto di guerra. Cominciamo dunque dai più “cattivi”, dai più “neri”» (p. 14).

Infatti il libro è redatto come una sorta di «catalogo» delle vittime.

Nel primo ci parla dei preti più compromessi con il fascismo, partendo proprio da quel don Tullio Calcagno (1899-1945), prima sospeso a divinis, poi addirittura scomunicato per la sua intensa attività politica di indiscutibile fede fascista, andata ben oltre il consentito dalle norme ecclesiastiche. La foto dei cadaveri di don Calcagno e dell’ex prefetto — medaglia d’oro, nonché cieco di guerra — Carlo Borsani (1917-1945), appena fucilati in piazzale Susa a Milano il 29 aprile 1945, dopo la condanna decretata da un tribunale del popolo, appare in prima di copertina, con opportuna crudezza, perché vale più di mille parole per introdurre al viaggio che Beretta propone di fare insieme a lui.

Per dieci capitoli, leggiamo episodi di cruda monotonia. Un nome, una data, una località, e poi la descrizione dell’evento, più o meno dettagliata, a seconda dei documenti esistenti, della memoria più o meno rimossa, della volontà, o meno, di parenti e amici, di ricordare l’ucciso. Leggiamo le vicende dei cappellani — due soli cappellani di milizia fascista, gli altri semplici assistenti spirituali dell’esercito —, dei «sospettati», dei «padroni» — preti ai quali si poteva imputare la colpa di essere possidenti —, dei «traditi» — preti che aiutavano i partigiani, alcuni addirittura cappellani di formazioni partigiane —; abbiamo i «dimenticati e gli insepolti», i «beatificati», fino ad arrivare ai preti «infoibati», uccisi nella terribile mattanza che vide partigiani comunisti e truppe titine «lavorare» insieme, riempiendo le cavità carsiche di migliaia di vittime, la cui colpa principale era l’italianità e l’anticomunismo.

Abbiamo parlato di episodi di «cruda monotonia» non certo perché il libro di Beretta sia monotono. Piuttosto colpisce la ripetitività di determinati atti: il prete che viene chiamato fuori casa con l’inganno — in genere, chiedendo l’assistenza per un morente —; le intimidazioni e le minacce, nel più classico stile malavitoso, contro chi può aver visto o sentito troppo; il divieto addirittura di celebrare un funerale in forma pubblica; la diffamazione postuma della vittima — con netta preferenza per le «questioni di donne» —, per rendere — come dice Beretta stesso — più «digeribile» il delitto.

Il tono volutamente dimesso con cui Beretta apre il suo lavoro potrebbe trarre in inganno il lettore più disattento. «Erano colpevoli? Non so, ciascuno giudichi», dice, come se volesse disfarsi del problema.

Ma poi pone davanti al lettore i fatti, l’unica cosa che conti laddove si voglia fare della storia e non dell’agiografia, di una parte o dell’altra. E i fatti parlano: parlano di una crudeltà cieca, non giustificata da alcuna esigenza militare, che trova nell’odio ideologico e nel fanatismo i suoi alimenti.

Un altro fatto è di estremo interesse: leggendo nelle «schede» che chiudono il libro la «Lista cronologica delle vittime» vediamo che le uccisioni continuano ben oltre il 25 aprile 1945. Fino al dicembre di quell’anno la lista è ancora lunga, così come è corposa anche la lista del 1946. Quattro uccisioni sono registrate nel 1947. L’ultimo prete ucciso per «motivi politici» è don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli, nella diocesi di San Miniato in provincia di Pisa. Verso le ore 22 di domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l’anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perché sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l’odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso.

Beretta, come si è visto, lascia parlare i fatti. Tuttavia il suo libro sarà di sicuro tacciato di «revisionismo», parola che per certa sinistra suona come infamante — ora che non è più di moda dare tout court del «fascista» all’avversario —, ma che per le persone di buon senso rappresenta l’atteggiamento che deve avere sempre lo storico, sempre pronto a riscrivere ogni riga, laddove nuovi documenti, nuove testimonianze, possano arricchire la conoscenza dei fatti. In questi ultimi anni si sono fatti passi avanti su questa strada, e il libro di Beretta rappresenta una tappa fondamentale per rileggere correttamente la nostra Storia patria. Egli stesso, nella conclusione del libro, parlando della Resistenza, mette in guardia contro i pericoli del mito e della falsificazione, che sono destinati comunque a crollare nel tempo, trascinando nella loro rovina anche quanto di buono e positivo vi fu in quel pur tragico periodo.

Roberto Beretta, sempre con la forza dei fatti e riportando anche le ricerche di altri studiosi — Norberto Bobbio (1909-2004), per citare il più illustre; e poi Claudio Pavone, Elena Aga Rossi, e altri ancora — dimostra la falsità anche di un altro assunto, fin qui ufficialmente cristallizzato come la «Verità»: le uccisioni di preti, non potendo essere negate, vengono contrabbandate come opera di pochi masnadieri, sconfessati dal Partito Comunista, che lealmente collaborava con gli altri partiti democratici per la costruzione della nuova Italia. Resta però da spiegare perché le formazioni comuniste furono le ultime a riconsegnare le armi dopo la fine delle ostilità; resta da spiegare perché la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, all’epoca paesi di stretta osservanza moscovita, furono generoso rifugio di quei «pochi masnadieri». Restano da spiegare tante cose, fra le quali il clima di terrore che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo rosso» o «Triangolo della morte», fra Emilia e Romagna, in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi — che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà —, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch’esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945» (e oltre), di cui è tornato a occuparsi recentemente e con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa. I «pochi masnadieri» in realtà non furono pochi, di certo per la massa di «lavoro» che riuscirono a sbrigare e per essere «pochi» furono anche molto ben organizzati.

Roberto Beretta, Storia dei preti uccisi dai partigiani, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2005, pp. 320.
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Giovanni Giolitti
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MessaggioInviato: Ven Apr 14, 2006 10:46 pm    Oggetto: Rispondi citando

Admin ha scritto:
Un martirologio del Novecento: i preti vittime della violenza comunista in Italia dopo il 1945

Paolo Deotto

Centotrenta uomini uccisi. Il primo omicidio è datato 7 agosto 1941, l’ultimo 4 febbraio 1951. In alcuni casi, rari, i killer sono stati perseguiti; ma su moltissimi altri casi regna il buio, anche perché l’omertà, sembra incredibile, copre ancora le colpe a tanti decenni di distanza. E quando non si tratta di omertà, c’è però una — non meno riprovevole — indifferenza su cose frettolosamente accantonate, perché ormai vecchie, passate. In molti casi all’omicidio si è aggiunto un ulteriore oltraggio, impedendo addirittura che si tenessero pubbliche esequie per le vittime, o anche propalando su di loro dicerie infamanti, quasi a giustificarne l’uccisione. La mano omicida ha colpito in tutta Italia, dalla Val d’Aosta al Friuli, arrivando fino alla Calabria. Tanti i sicari, pochi, come dicevamo quelli puniti, uno solo il mandante. Conosciuto, ma impunito.

Le vittime hanno una caratteristica che le accomuna: sono tutti sacerdoti, secolari o religiosi, parroci o cappellani militari, o semplici preti senza incarichi specifici, o cura d’anime. Molti, moltissimi di loro sono stati uccisi due volte: la prima volta dagli assassini materiali, la seconda volta dall’oblio e dalla negligenza di chi non può o non vuole ricordare.

Sembra la trama di un racconto poliziesco nato dalla fantasia un po’ troppo sbrigliata di qualche scrittore in vena di fornire emozioni «forti» ai lettori. E invece quanto ho descritto è tutto, purtroppo, realmente accaduto e lo racconta Roberto Beretta, giornalista di Avvenire e saggista.

Nella semplicità del suo titolo, diretto, chiarissimo, Beretta affronta uno dei capitoli più oscuri della storia nazionale nel periodo della Resistenza: la strage dei sacerdoti, operata da partigiani comunisti. Si tratta della prima opera che tratta in modo organico e approfondito una realtà, in verità arcinota, ma della quale «non» si doveva parlare, perché poteva minare l’immagine fin da subito oleografica della lotta di Liberazione, e soprattutto l’immagine del partito comunista quale vera avanguardia della lotta medesima.

Beretta tocca uno degli argomenti tabù, uno dei capitoli più tragici della tragica situazione in cui visse il Paese, dilaniato di fatto da due guerre, quella contro i tedeschi e quella civile scatenata dai comunisti. Questi ultimi non combattevano solo contro tedeschi e fascisti, ma anche contro i compatrioti antifascisti, se questi si opponevano alle loro pretese egemoniche e rivoluzionarie o se, comunque, sempre a insindacabile giudizio comunista, potevano essere considerati elementi sospetti. Porzus docet — potremmo dire — o, almeno, dovrebbe farci imparare che il Partito Comunista ebbe la «sua» politica da seguire e che i Gruppi di Azione Partigiana (Gap) e le Brigate «Garibaldi» agirono il più delle volte con assoluto disprezzo della pur ufficialmente accettata autorità del Cln.

I preti. Perché ucciderli? La guerra ha una sua spietata logica, nella quale rientra l’uccisione del nemico. Dal momento in cui si attua quella «sospensione della moralità» che è la situazione di conflitto, l’uccisione del nemico comporta però anche la difesa dell’amico, dell’alleato, e la fine delle ostilità comporta anche la fine di quella «licenza di uccidere». La società rientra nella normalità.

Perché dunque uccidere i preti? E perché le uccisioni andarono ben oltre la fine della guerra?

Roberto Beretta si pone, e ci pone, appunto, queste domande.

Nel primo capitolo, Gli epurati, leggiamo: «Erano colpevoli? E, se lo erano, meritavano di morire come sono stati uccisi, per giustizia sommaria, senza processo, talvolta “prelevati” e mai più ritrovati, tal altra seppelliti senza alcun funerale, fatti fuori anche vari mesi dopo la guerra sulla base di sospetti mai verificati, o anche di vendette personali fatte passare per motivi politici, diffamati in vita e ancor più in morte, perché più l’accusa era importante, più si sarebbe digerito il delitto? Non so, ciascuno giudichi. In me (che la guerra non ho vissuto) ha finito per prevalere la pietà per queste figure, tanto spesso innocenti o al massimo colpevoli quanto può esserlo qualunque uomo messo alle strette dalle circostanze della vita. Ma proprio per questo il viaggio vuol partire dagli “epurati”: ovvero dai sacerdoti uccisi per una colpa tutto sommato facile da comprendere, una collusione più o meno spinta col passato regime, che può lasciar capire (mai giustificare!) la loro eliminazione nella concitazione e tra le passioni di un contesto di guerra. Cominciamo dunque dai più “cattivi”, dai più “neri”» (p. 14).

Infatti il libro è redatto come una sorta di «catalogo» delle vittime.

Nel primo ci parla dei preti più compromessi con il fascismo, partendo proprio da quel don Tullio Calcagno (1899-1945), prima sospeso a divinis, poi addirittura scomunicato per la sua intensa attività politica di indiscutibile fede fascista, andata ben oltre il consentito dalle norme ecclesiastiche. La foto dei cadaveri di don Calcagno e dell’ex prefetto — medaglia d’oro, nonché cieco di guerra — Carlo Borsani (1917-1945), appena fucilati in piazzale Susa a Milano il 29 aprile 1945, dopo la condanna decretata da un tribunale del popolo, appare in prima di copertina, con opportuna crudezza, perché vale più di mille parole per introdurre al viaggio che Beretta propone di fare insieme a lui.

Per dieci capitoli, leggiamo episodi di cruda monotonia. Un nome, una data, una località, e poi la descrizione dell’evento, più o meno dettagliata, a seconda dei documenti esistenti, della memoria più o meno rimossa, della volontà, o meno, di parenti e amici, di ricordare l’ucciso. Leggiamo le vicende dei cappellani — due soli cappellani di milizia fascista, gli altri semplici assistenti spirituali dell’esercito —, dei «sospettati», dei «padroni» — preti ai quali si poteva imputare la colpa di essere possidenti —, dei «traditi» — preti che aiutavano i partigiani, alcuni addirittura cappellani di formazioni partigiane —; abbiamo i «dimenticati e gli insepolti», i «beatificati», fino ad arrivare ai preti «infoibati», uccisi nella terribile mattanza che vide partigiani comunisti e truppe titine «lavorare» insieme, riempiendo le cavità carsiche di migliaia di vittime, la cui colpa principale era l’italianità e l’anticomunismo.

Abbiamo parlato di episodi di «cruda monotonia» non certo perché il libro di Beretta sia monotono. Piuttosto colpisce la ripetitività di determinati atti: il prete che viene chiamato fuori casa con l’inganno — in genere, chiedendo l’assistenza per un morente —; le intimidazioni e le minacce, nel più classico stile malavitoso, contro chi può aver visto o sentito troppo; il divieto addirittura di celebrare un funerale in forma pubblica; la diffamazione postuma della vittima — con netta preferenza per le «questioni di donne» —, per rendere — come dice Beretta stesso — più «digeribile» il delitto.

Il tono volutamente dimesso con cui Beretta apre il suo lavoro potrebbe trarre in inganno il lettore più disattento. «Erano colpevoli? Non so, ciascuno giudichi», dice, come se volesse disfarsi del problema.

Ma poi pone davanti al lettore i fatti, l’unica cosa che conti laddove si voglia fare della storia e non dell’agiografia, di una parte o dell’altra. E i fatti parlano: parlano di una crudeltà cieca, non giustificata da alcuna esigenza militare, che trova nell’odio ideologico e nel fanatismo i suoi alimenti.

Un altro fatto è di estremo interesse: leggendo nelle «schede» che chiudono il libro la «Lista cronologica delle vittime» vediamo che le uccisioni continuano ben oltre il 25 aprile 1945. Fino al dicembre di quell’anno la lista è ancora lunga, così come è corposa anche la lista del 1946. Quattro uccisioni sono registrate nel 1947. L’ultimo prete ucciso per «motivi politici» è don Ugo Bardotti, pievano di Cevoli, nella diocesi di San Miniato in provincia di Pisa. Verso le ore 22 di domenica 4 febbraio 1951 tre persone bussano alla canonica e l’anziana zia del prete, che gli fa da perpetua, apre perché sente un cognome conosciuto in zona. Poi tre colpi di pistola: don Bardotti cade, ultima vittima di una malattia tremenda, l’odio, senza il quale, del resto, non possono sussistere le ideologie che hanno devastato il secolo appena trascorso.

Beretta, come si è visto, lascia parlare i fatti. Tuttavia il suo libro sarà di sicuro tacciato di «revisionismo», parola che per certa sinistra suona come infamante — ora che non è più di moda dare tout court del «fascista» all’avversario —, ma che per le persone di buon senso rappresenta l’atteggiamento che deve avere sempre lo storico, sempre pronto a riscrivere ogni riga, laddove nuovi documenti, nuove testimonianze, possano arricchire la conoscenza dei fatti. In questi ultimi anni si sono fatti passi avanti su questa strada, e il libro di Beretta rappresenta una tappa fondamentale per rileggere correttamente la nostra Storia patria. Egli stesso, nella conclusione del libro, parlando della Resistenza, mette in guardia contro i pericoli del mito e della falsificazione, che sono destinati comunque a crollare nel tempo, trascinando nella loro rovina anche quanto di buono e positivo vi fu in quel pur tragico periodo.

Roberto Beretta, sempre con la forza dei fatti e riportando anche le ricerche di altri studiosi — Norberto Bobbio (1909-2004), per citare il più illustre; e poi Claudio Pavone, Elena Aga Rossi, e altri ancora — dimostra la falsità anche di un altro assunto, fin qui ufficialmente cristallizzato come la «Verità»: le uccisioni di preti, non potendo essere negate, vengono contrabbandate come opera di pochi masnadieri, sconfessati dal Partito Comunista, che lealmente collaborava con gli altri partiti democratici per la costruzione della nuova Italia. Resta però da spiegare perché le formazioni comuniste furono le ultime a riconsegnare le armi dopo la fine delle ostilità; resta da spiegare perché la Jugoslavia e la Cecoslovacchia, all’epoca paesi di stretta osservanza moscovita, furono generoso rifugio di quei «pochi masnadieri». Restano da spiegare tante cose, fra le quali il clima di terrore che si visse almeno fino al 1948 nel famoso «Triangolo rosso» o «Triangolo della morte», fra Emilia e Romagna, in città e regioni dove i comunisti avevano acquisito il controllo di prefetture e delle forze di polizia. E il discorso si allarga fatalmente, oltre ai poveri preti uccisi — che finalmente vengono restituiti alla memoria e, quindi, alla pietà —, per spostarsi su migliaia di altre vittime, anch’esse spesso cadute dopo la fine ufficiale del conflitto civile: quegli «sconosciuti 1945» (e oltre), di cui è tornato a occuparsi recentemente e con grande successo di pubblico Giampaolo Pansa. I «pochi masnadieri» in realtà non furono pochi, di certo per la massa di «lavoro» che riuscirono a sbrigare e per essere «pochi» furono anche molto ben organizzati.

Roberto Beretta, Storia dei preti uccisi dai partigiani, Piemme, Casale Monferrato (Alessandria) 2005, pp. 320.

Oggi, Venerdì Santo, i Cristiani ricordano la morte del Signore; questi sacerdoti, in un certo senso, hanno completato la Passione di Cristo.

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MessaggioInviato: Gio Giu 22, 2006 12:36 pm    Oggetto: Rispondi citando

Sergio Pessot - Piero Vassallo
A destra della città proibita
Ed. Terziaria - 219 pp - 18 euro



Genova, una strage ancora impunita
La Liberazione vista dai vinti

A squarciare il velo di oblìo sulle stragi compiute dai partigiani nell'Italia liberata (o liberanda) è stato, per primo, Giampaolo Pansa nel 2003 con il suo "Il sangue dei vinti", che ha dato vita a feroci polemiche sull'opportunità di riesumare le colpe dei vincitori. Sergio Pessot e Piero Vassallo (entrambi appartenenti, per dirla con Giano Accame, alla generazione di "quelli che non fecero in tempo a perdere la guerra" ma che non erano comunque abbastanza grandi per combatterla) riprendono questo filone. Con gli occhi, però, di quelli che stavano "dall'altra parte".



Con gli occhi dei vinti, dei repubblichini, di coloro che non si erano arresi dopo l'8 settembre e che non si arresero nemmeno dopo il 25 aprile. E con gli occhi di coloro che sono stati i discepoli dei missini della prim'ora, di coloro, scrive ancora Accame, ai quali la libertà non fu regalata "né dai partigiani, né dagli americani. Giorno per giorno abbiamo dovuto conquistarcela, strapparla ai vincitori che ce la volevano negare".

E nel loro libro, "A destra della città proibita", raccontano di una Genova in procinto di essere liberata dagli Alleati, raccontano i motivi di chi aveva scelto di stare con la Repubblica di Salò invece che con il re. E con documenti e testimonianze di prim'ordine (come quella del cardinale Siri, che rischiò di essere eletto Papa al posto di Woytjla, e che quindi non è certo persona alla quale non prestar orecchio) rivelano alcune bugie storiche. Anzitutto su come realmente Genova, piazzaforte altrimenti imprendibile, capitolò perché i tedeschi e i repubblichini decisero di consegnare le armi, e non per un supposta e sbandierata grande offensiva da parte dei partigiani.

Ma, soprattutto, portano alla luce una strage partigiana, quella della galleria San Benigno, assolutamente misconosciuta. Il 10 ottobre 1944 la galleria (che oltre ad essere un rifugio antiaereo era anche un deposito di armi, munizioni e di 12mila tonellate di esplosivi ad alto potenziale) saltò in aria durante un allarme aereo. "La terra - scrivono gli autori - sussultò come se fosse stata colpita da un terremoto, in gran pare della città (anche a diversi chilometri di distanza dal luogo dell'esplosione) i vetri andarono in frantumi. L'intero quartiere fu distrutto". E morirono le oltre mille persone che si trovavano nella galleria per sfuggire all'attacco aereo e le 74 famiglie che abitavano nel quartiere. La catastrofe fu ufficialmente attribuita a un fulmine (sulla città imperversava un temporale), che casualmente colpì la santabarbara.

Ma per Pessot e Vassallo, che portano a sostegno della loro tesi documenti e testimonianze, a far saltare la galleria furono i partigiani, per timore che l'arsenale potesse essere utilizzato contro di loro (e contro gli alleati) durante la liberazione di Genova.

La strage di San Benigno, dunque, non ha mai avuto colpevoli. E "A destra della città proibita" vuole essere una lapide sulla tomba di quelle vittime. Per non dimenticare, ma anche per indagare su quello che realmente accadde.
Luca Rigamondi
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MessaggioInviato: Mer Ott 18, 2006 11:54 am    Oggetto: Rispondi citando

Marco Messeri, Utopia e terrore. La storia non raccontata del comunismo Piemme - Casale Monferrato, 2003, pp. 267 - € 14,90

Richard Pipes, nel suo “Comunismo. Una storia” (Rizzoli, Milano 2003), sostiene, e argomenta ampiamente, che “il comunismo non è stato una buona idea che ha avuto un cattivo esito; e stato una cattiva idea”. Marco Messeri è sulla medesima lunghezza d’onda e individua una sola “logica nella tragedia del comunismo: la logica di un’idea tragicamente sbagliata”. Un’idea antica cui il Novecento ha affidato la palingenesi collettiva, la formazione dell’“uomo nuovo”. Bilancio dell’illusione: cento milioni di vittime. “Assassinati, morti nei campi di concentramento, gettati nelle fosse comuni dopo orrende esecuzioni di massa, deportati e abbandonati in steppe gelate, morti di fame nel corso di carestie provocate dalla folle presunzione di riprogettare la società e creare un nuovo uomo ideale, unita alla più disperante incomprensione della natura dell’uomo reale”. Una tragedia spaventosa, che dovunque ha visto la luce ha preso le forme di una “costosa” via al sottosviluppo, come dettagliatamente, e con cifre che sgomentano, documenta Messeri.

Ciò che colpisce del comunismo è proprio questo. A qualsiasi latitudine si è realizzato, ha prodotto morte, miseria, negazione dei diritti più elementari. Se esso è veramente stato una tragedia, e dati alla mano è difficile avere dubbi in proposito, Unione Sovietica, Cina, Europa dell’Est, Indocina e Cuba ne hanno messo in scena varie repliche, diverse solo per quel tanto, o per quel poco, che natura e storia sono riuscite a metterci di loro. Lenin, Stalin, Tito, Mao Zedong, Kruscëv, Fidel Castro, Kim Il Sung sono stati tra i più importanti attori-protagonisti della rappresentazione comunista, cui hanno dato un contributo personale pur richiamandosi l’uno all’altro nella sostanza dell’azione politica e negli esiti da essa scaturiti. Per chi ancora crede che è stato Stalin a traviare e pervertire il bolscevismo, risulta salutare la lettura delle pagine che Messeri dedica a Lenin. E’ questi che instaura la “dittatura del partito”, in vece della marxiana “dittatura del proletariato”, ed elimina appena possibile ogni opposizione, sia politica sia culturale. E’ Lenin che teorizza, già in gioventù, la pratica del terrore, di cui una volta al potere si serve a piene mani, colpendo indistintamente contadini e borghesi, preti ed ebrei, “bianchi” e socialrivoluzionari. Nei centodiciassette anni di regno degli ultimi cinque zar russi sono state giustiziate 6.321 persone; nei cinque anni compresi fra il 1917 e il 1922 Lenin è stato responsabile dell’esecuzione di ben 140.000 persone.

Al mitico Mao Zedong si deve l’istituzione, all’inizio degli anni Cinquanta, di campi di concentramento dai nomi suggestivi (“Lago dell’Entusiasmo Nascente”, “Prezioso Villaggio del Nord”, eccetera), per i quali sembra che siano passati decine di milioni di cinesi, con una mortalità stimata al 5 per cento annuo (durante la carestia del 1961-1962 ha perso la vita il 90 per cento dei detenuti). Oggi le cose non vanno molto meglio. “In Cina, segnala Amnesty International, vi sono tuttora migliaia di detenuti per reati di opinione. Alcuni sono stati condannati senza aver potuto ricevere l’assistenza di difensori. Altri sono detenuti amministrativamente senza accusa o condanna. Vengono perseguiti gli attivisti democratici che fanno uso di Internet. La tortura continua a essere molto frequente. Almeno sessantotto reati, anche non violenti, sono passibili di pena di morte. I dati ufficiali rivelano che negli anni novanta sono state superate le 27.000 condanne a morte e le 18.000 esecuzioni. Amnesty International stima però che le cifre reali debbano essere molto più alte. Le condanne sono eseguite di solito poche ore dopo la sentenza, vanificando la possibilità di presentare appello. I condannati vengono portati in pubblico, alcuni in ceppi e con corde attorno al collo. Le esecuzioni avvengono talvolta negli stadi, davanti a migliaia di spettatori portati dai luoghi di lavoro o dalle scuole”.

Anche il castrismo non è un’eccezione. In mezzo secolo esso non sembra essere stato in grado di creare un elevato grado di benessere e si è contraddistinto solo in negativo. Basti pensare al cosiddetto “machismo-leninismo”, introdotto a Cuba negli anni Sessanta e supportato da speciali campi di lavoro destinati agli “asociali”, cioè maschi effeminati, preti, testimoni di Geova, “parassiti”.
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MessaggioInviato: Lun Ott 30, 2006 12:36 pm    Oggetto: Rispondi citando


Le pagine strappate della resistenza

Lodovico Ellena
Edizioni Tabula Fati, pagg.112, Euro 8,00

IL LIBRO – Soltanto ora, a distanza di più di sessant’anni, si comincia a parlare dei crimini di certa Resistenza: autori di ogni estrazione intellettuale stanno infatti rovistando tra archivi, documenti, testimonianze e libri dell’epoca “ritrovati”. E il quadro che ne emerge è a volte sconcertante, al punto da far vacillare il “mito” resistenziale per riportarlo alla sua più reale dimensione storica. In queste pagine uno spaccato di quei brevi anni in una qualunque provincia italiana, purtroppo molto simile se non assolutamente identico a quelle di tante altre province. Irreali, allucinanti, “impossibili”: pagine strappate di quei giorni deliranti con cui occorre ancora confrontarsi moralmente.

DAL TESTO – “Esiste un’altra Resistenza spesso poco o nulla raccontata, che sì è macchiata di crimini orrendi che ancora a sessant’anni di distanza è difficile affrontare. E anche tra vercellese e biellese, come peraltro un po’ in tutte le altre province e regioni d’Italia, sono accaduti fatti che lasciano attoniti per la brutalità ma soprattutto perché non se ne è mai parlato: per questa ragione si rende necessario per completezza di ricostruzione storica farla”.

L’AUTORE - Lodovico Ellena è nato a Torino nel 1957, ha svolto il servizio militare in Puglia e in Veneto, e si è laureato in Filosofia a Torino. Ha avuto discreta notorietà con il gruppo neopsichedelico 'Effervescent Elephants', con l’edizione di vari dischi. È stato vice-preside, poi direttore, in un liceo torinese. Svolge numerose attività politiche e collabora a vari giornali. Ha pubblicato le seguenti opere: 'Smacacando un macaco' (racconti di umorismo assurdo, Vercelli 1996), 'Non me ne frego più' (Menhir, Sanremo 1997), 'Dove osano le coccinelle' (Menhir, Sanremo 1998), 'Storia della musica psichedelica italiana' (Menhir, Sanremo 1998), 'Neofascisti in bicicletta' (Menhir, Sanremo 2000), 'Una strana storia intorno a un lago' (Menhir, Vercelli 2001), 'Storie comuniste in bianco e nero' (Menhir, Sanremo, 2001), 'Vicoli di storia. Quello che non si trova sui corsi' (Menhir, Vercelli 2002), 'Camerati in cattedra. Mit pistolen' (Menhir, Sanremo 2003), 'Gli elefanti che furono effervescenti' (Menhir, Vercelli 2003), 'Archeologia in pillole', con Walter Camurati (Menhir, Vercelli 2004), 'La riconquista della posizione eretta' (Menhir, Vercelli 2004), 'La patente europea del fascista' (Tabula fati, Chieti 2004), 'Kulturkampf' (Tabula fati, Chieti 2005), 'Riflessioni sulla storia' (Tabula fati, Chieti 2005) e 'Gaudeamus Igitur' (Menhir, Vercelli 2005).
INDICE DELL’OPERA – Premessa – Crimini partigiani tra vercellese e biellese e non soltanto – Qualche altra nota sparpagliata – Appendice – Alberto Costanzo: Mitologia resistenziale nel Monferrato casalese – Rassegna stampa – L’autore
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