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Ruolo di Papa Wojtyla nella caduta del comunismo

 
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MessaggioInviato: Sab Apr 01, 2006 12:22 am    Oggetto: Ruolo di Papa Wojtyla nella caduta del comunismo Rispondi citando

Richiesto di fare un bilancio del Pontificato di Giovanni Paolo II nel corso del Convegno "Il Polo dell'est" organizzato dall'Osservatorio Parlamentare (8-9 novembre 1999), Gustavo Selva ha svolto questa relazione sul "Ruolo di Papa Wojtyla nella caduta del comunismo":

Roma, Camera dei Deputati Sala Congressi di Palazzo Marini
Intervento dell'on. Gustavo Selva su
"Il ruolo di Papa Wojtyla nella caduta del comunismo"

(stralcio dagli atti del convegno)

L'immane compito che mi è stato assegnato, e l'aggettivo non è di circostanza, cercherò di assolverlo anche sulla base dell'esperienza da corrispondente della Rai nell'Est europeo, prima da Vienna e successivamente da Bonn, e da direttore del Gr2, un giornale radio che, a quanto mi si dice, era ascoltato con qualche rischio perfino in Albania. Per onestà intellettuale aggiungerò che il mio riconoscimento nella fede cristiana cattolica svolge probabilmente un ruolo anche nel­la rievocazione di ciò che è stato il grande evento dell'ascesa al soglio di Pietro di Giovanni Paolo II.
Del cardinale Wojtyla, che io ebbi l'onore di incontrare in Polonia ancora prima che fosse nominato Arcivescovo di Cracovia, e precisamente quando aveva 35 anni ed era rettore del seminario di quella città, lasciatemi riferire una notazione di carattere personale.
Ero direttore del Gr2 nell'ottobre del 1978 e il giornale aveva seguito con grande interesse la "rivoluzionaria elezione" di Giovanni Paolo II. "Rivoluzionaria" è la parola giusta: un Papa non italiano dopo quattro secoli e mezzo rappresen­tava il segno di una novità che francamente nessuno avrebbe immaginato. L'in­tero mondo cattolico, e non solo quello, aspettava di conoscere quali sarebbero state le linee programmatiche del pontificato che stava per cominciare. Per me, l'interesse del cattolico si univa alla inevitabile curiosità professionale.
Il 22 ottobre, in Piazza San Pietro, il nuovo Papa spiegò senza reticenze, quasi gridando con la sua voce forte, lo straordinario progetto che, in quel momento, appariva quasi come una utopia: "Non abbiate paura, aprite i confini degli Stati, i sistemi economici come quelli politici, i vasti campi della cultura, della civiltà, dello sviluppo. Non abbiate paura, Cristo sa cosa è dentro l'uomo, solo lui lo sa". Carol Wojtyla era per i più uno sconosciuto, tanto che quando il card. Feli­ci ne annunciò il nome, molti, fra la folla in attesa davanti a San Pietro, esclamarono: "E' il cardinale africano!"; in verità il cardinale Wishinsky, come lui polacco, era molto più noto. Di Karol Wojtyla si sapeva soltanto che era un ve­scovo di frontiera proveniente da una provincia dell'impero sovietico, e che per­ciò il comunismo lo aveva conosciuto bene. Lo aveva sperimentato dal di den­tro, vivendo l'esistenza difficile della Chiesa del silenzio nei Paesi del sociali­smo reale, per i quali Mosca, calpestando tradizioni, storia, cultura e ogni altro diritto, ammetteva soltanto una sovranità limitata.
Il mondo attraversava una fase inquieta, il comunismo sembrava un punto di riferimento destinato a durare, avendo accreditato l'idea che fosse soltanto sua la bandiera del riscatto dei lavoratori, delle classi sociali più deboli. "La Chiesa cattolica - ha scritto di recente Rocco Buttiglione - era scossa da una crisi profonda, si annunciava nel linguaggio della teologia, della pastorale, della politica, ma era al fondo una crisi di fede. Nel segreto, del loro cuore, molti si domandavano perfino se avessimo sbagliato tutto, se davvero il marxismo fosse la scienza che spiega tutto senza il bisogno di Dio e la chiave della liberazione dell'uomo in questa terra".
Movimenti, quali la Teologia della Liberazione e I Preti per il Socialismo, cercavano di concludere un compromesso tra fede religiosa e comunismo, offren­do il sostegno di una parte della Chiesa all'impresa mondana del marxismo, in cambio del diritto di esistere, o forse di sopravvivere nella nuova società che si preparava.
Considerato che stamattina siamo monoglotti, in attesa di ascoltare le relazioni dei nostri ospiti, mi sia consentita ancora una notazione. In Italia, quelli erano gli anni del compromesso storico tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista. Cristianesimo e marxismo, anziché antitetici, diventavano così due poli portati a fondersi, a rappresentare un momento unitario per sostenere la liberazione dell'uomo dal bisogno, dallo sfruttamento, dalla sopraffazione, dalle regole disu­mane e alienanti del profitto, del capitalismo. Questo era in sintesi il panorama. L'esortazione del nuovo Papa - "Non abbiate paura!" - rivolta al mondo con vo­ce alta e ferma, conteneva un messaggio nuovo, inequivocabile: non lasciatevi condizionare dalla ideologia marxista, scegliete la libertà non solo religiosa, ma anche politica, ribellatevi ai regimi che negano la libertà, abbattete gli steccati.
Giovanni Paolo II si presentava come l'uomo delle certezze, in un mondo che si trovava di fronte a realtà nuove e che, stanco delle ideologie, doveva aprirsi alla verità. Nella sua Polonia aveva visto direttamente all'opera i metodi del comunismo traendone la convinzione che non potesse essere in ogni caso la soluzione dei problemi e delle contraddizioni dell'umanità. Lo stesso Pontefice, nel libro Varcare la soglia della speranza, ha spiegato la posizione sua e della Chiesa. "Ciò che chiamiamo comunismo - ha scritto testualmente - ha la sua storia. È la storia della protesta di fronte all'ingiustizia, come ho ricordato nella Laborem exercens, tuttavia il magistero della Chiesa - è sempre il Papa che parla - non si è limitato alla protesta, ma ha gettato un lungimirante sguardo verso il futuro. Infatti fu Leone XIII nella Rerum novarum a predire in un certo senso la caduta del comunismo, il cui avvento sarebbe costato tanto all'umanità e all'Europa, perché la medicina - egli scriveva in quella sua enciclica del 1891 - potrebbe mostrarsi più pericolosa della malattia stessa".
Dunque, il nuovo Papa polacco intendeva riappropriarsi con grande decisione degli spazi che il comunismo negatore dei diritti di libertà pretendeva di sottrarr­e alla dottrina cristiana, vindice dei diritti della persona. "Quando pronunciai in Piazza San Pietro le parole 'non abbiate paura' - ha scritto Papa Wojtyla - non potevo rendermi del tutto conto di quanto lontano avrebbero portato me e la Chiesa intera. Il loro contenuto proveniva più dallo Spirito Santo promesso dal Signore Gesù agli apostoli come consolatore, che dall'uomo che le pronunciava. Tuttavia, con lo scorrere degli anni le ho ricordate in varie circostanze. L'esorta­zione: 'non abbiate paura', va letta in una dimensione molto ampia, in un certo senso è un'esortazione rivolta a tutti gli uomini, un'esortazione a vincere la pau­ra nell’attuale situazione mondiale, sia in Oriente che in Occidente, al Nord come al Sud". Dovunque, del resto, egli invia il suo messaggio ed anche in questi giorni, in questo stesso giorno in cui si trova in un Paese dell'ex socialismo rea­le, la Georgia.
Dobbiamo necessariamente partire da queste premesse per capire quanto è accaduto dopo, e come il Papa polacco abbia contribuito in maniera storicamente determinante alla caduta dei muri reali e simbolici e al crollo del sistema comu­nista nell'Est europeo.
In Polonia, l’elezione di Karol Wojtyla venne accolta il 16 ottobre 1978 con un misto di orgoglio nazionale e di preoccupazione. "Il cardinale Wojtyla - ha rievocato anni dopo il generale Jaruzelsky - era noto per i suoi atteggiamenti criti­ci nei nostri confronti e aveva la fama di un avversario coriaceo. Ed ora dal Va­ticano avrebbe potuto esplicare un'azione più efficace contro il nostro sistema e a favore della Chiesa polacca. I sovietici la presero con ancora maggiore preoc­cupazione di noi. Vi scorsero subito una sorta di congiura organizzata dal capi­talismo occidentale".
Vadim Vagladin, per anni dirigente del Dipartimento Esteri del Partito Comunista dell'Unione Sovietica, ha dichiarato che, subito dopo l'elezione, Papa Wojty­la divenne un incubo per l'intero vertice sovietico, che lo considerava "un agen­te americano, un nemico da combattere". Mosca, insomma, era lontana dal cre­dere in una scelta dello Spirito Santo, e d'altra parte non lo si poteva nemmeno pretendere da marxisti atei. Propendeva, piuttosto, per un complotto di forze an­ticomuniste riunite nel conclave per creare problemi all'impero sovietico. Forse cominciò a insinuarsi fin da allora, nelle menti dei dirigenti del Cremlino, l'idea di togliere di mezzo il Pontefice. Il partito comunista sovietico dette l'ordine di fermare il Papa. A quanto si è appreso proprio in questi giorni, sulla base dei documenti pervenuti da Praga, approvò il 13 novembre 1979 un piano segreto nell'intento di screditarlo e, se l'operazione non fosse riuscita, di eliminarlo an­che fisicamente. Venne approvato, in quella circostanza, un documento in cui si denunciavano "le tendenze pericolose del comportamento di Giovanni Paolo II per i Paesi socialisti". Secondo Zagladin, tuttavia, "contro il Papa furono usate solo le armi della propaganda". La dichiarazione tende, evidentemente, a smen­tire qualsiasi coinvolgimento del Kgb nell'attentato del 1981, ma non cancella i sospetti. Dagli archivi sono venute fuori molte carte, alla luce delle quali bisognerà rifare l'inchiesta e stabilire, finalmente, se Ali Agca agì da solo o se, inve­ce, ebbe complici, coperture, finanziamenti. La "pista bulgara", di cui tanto si parlò, potrebbe essere tutt'altro che frutto di fantasia.
Il cammino che il nuovo Papa avrebbe intrapreso divenne presto chiaro con la prima visita pastorale in Polonia. Ad appena nove mesi dall'elezione, nei primi giorni del giugno 1979, quella visita apparve subito una sfida portata nel cuore stesso del sistema. L'appello echeggiato nel giorno dell'incoronazione in Piazza San Pietro, venne ripetuto a milioni di polacchi accorsi a salutare il Papa che parlava nella loro lingua Karol Wojtyla divenne l’interprete non solo delle attese dei cattolici a lungo perseguitati nei Paesi a prevalenza cattolica, come in Ungheria il cardinale Midtzensky, come in Cecoslovacchia il cardinale Beran, come in Jugoslavia il cardinale Stepinac, tanto per ricordare nomi storicamente noti, ma fu anche di grande incitamento a tanti laici mortificati nelle loro aspirazioni in un Paese di antiche tradizioni e di grande cultura, come la Polonia. "Non tradite la libertà", disse il Papa alle folle di Varsavia e di Danzica, e ag­giunse: "Il problema della libertà religiosa, come del resto di tutte le libertà ele­mentari, riguarda i diritti fondamentali dell'uomo. Rispettandoli, lo Stato com­prende la sua missione verso la società. I diritti dell'uomo sono profondamente radicati nei diritti inviolabili dei popoli".
Alberto Ronchey, politologo e scrittore, ha così sintetizzato l'avvio dell'opera del geopolitical Pope, secondo la definizione del New York Times: "Fu subito manifesto che una voragine si apriva dentro i confini del massimo impero territoriale, sebbene i suoi arsenali missilistici e nucleari. Da sempre il Papato aveva esperienza di sfide contro imperi potenti. Dopo la rivolta di Danzica e il sussul­to dell'intera Polonia cattolica, l'ultimo impero scopriva un imprevisto e indo­mabile contropotere".
Le forti parole pronunciate dal Pontefice nella sua prima visita in Polonia fecero scoccare la scintilla che accese il fuoco di Solidarnosc, il sindacato che poi ebbe tanta parte nelle vicende dell'Europa centrale e orientale per liberare il Paese dal comunismo e che nacque ufficialmente l'anno successivo alla visita, nel 1980.
"Il Santo Padre - ha ricordato recentemente Lech Walesa nell'incontro di alcuni giorni fa - in qualsiasi posto arrivi, non solo in Polonia, svela la verità. Così abbiamo fatto la conta di quanti eravamo in Polonia a pensarla in una certa maniera, e siamo riusciti a creare il sindacato Solidarnosc. E da allora il nostro mondo è cambiato".
La nascita di Solidarnosc aveva cominciato a scuotere il regime, fino ad allora granitico, del comunista Gierek. A Mosca le preoccupazioni aumentavano perché l'incendio, partito dalla Polonia, avrebbe potuto propagarsi a tutto l'impero. Nel dicembre 1980, il generale Jaruzelski prende il potere, i sovietici sono pron­ti ad entrare in Polonia con i carri armati, secondo il collaudato modello appli­cato in Ungheria ed in Cecoslovacchia. La situazione è delicatissima, gli oppo­sitori del regime sono arrestati in massa, Solidarnosc è messo fuori legge, ogni spiraglio di libertà è soppresso, scatta la legge marziale.
Di fronte alla minaccia sovietica di invadere la Polonia, il Papa fa sapere a Mosca, pare attraverso una lettera personale e riservatissima a Breznev, il suo pro­posito di dimettersi e di accorrere in difesa della sua gente nell'eventualità che quella minaccia si fosse concretizzata. "Fu una ipotesi - ha rivelato il cardinale Glemp in una intervista dello scorso anno - che in alcuni momenti ebbe molti fondamenti. Il Santo Padre in quei giorni era molto turbato e preoccupato per le sorti della sua Polonia; egli era pronto a tutto, anche a lasciare la guida della Chiesa pur di poter difendere la libertà del suo Paese. 'Ma cosa avrebbe fatto?' - chiede l’intervistatore - Certamente il Santo Padre - risponde il cardinale Glemp - essendo uomo di pace non sarebbe sceso in guerra contro nessuno, e tanto me­no avrebbe fatto la rivoluzione nel senso tecnico del termine. Sicuramente, una volta rientrato in Polonia, avrebbe svolto un ruolo morale per tutte le parti in causa, avrebbe consigliato, esortato, magari rimproverato, come in genere fa un padre verso un figlio che sbaglia".
"Quante divisioni ha il Papa?", ironizzava ai suoi tempi Stalin. Evidentemente nessuna, ma in quella circostanza bastò un uomo a fermare un esercito e a dissuadere Breznev dai suoi propositi di invasione. Jaruzelsky rivendicò il merito di avere evitato il peggio, garantendo a Mosca la sopravvivenza del regime comunista con i metodi tradizionali tanto cari ai sovietici. Ma rimaneva il pericolo di una guerra civile. I fedelissimi del regime non intendevano tollerare la spinta alla libertà, che attraverso Solidarnosc aveva trovato terreno fertile non solo nel mondo operaio, ma anche negli ambienti della cultura, insofferenti alla dittatu­ra. E ancora intervenne il Papa con un discorso all'Angelus domenicale in Piaz­za San Pietro, per calmare gli animi, ammonendo che "già troppo sangue polac­co è stato sparso in questo secolo, a opera di mani polacche" e che i problemi del Paese si potevano risolvere con il dialogo.
Se facciamo attenzione alle date, probabilmente riusciamo a collocare le vicende di quegli anni in un quadro complessivo, e tutto sembra coincidere come le tessere di un mosaico. Permettetemi di ricordarle:
- Giugno '79: primo viaggio del Papa in Polonia.
- Novembre '79: al Cremlino si vara un piano segreto per fermare il Papa.
- Agosto 1980: a Danzica nasce Solidarnosc.
- 13 maggio 1981: Giovanni Paolo II è gravemente ferito in Piazza San Pietro. Perdona subito, come sapete, il suo attentatore, che va a trovare in carcere.
- 13 dicembre 1981: il generale Jaruzelsky, appoggiato da Mosca, prende il potere in Polonia.
- Dicembre 1981: il Papa riesce a scongiurare l’attacco sovietico alla Polonia. Durante la prima visita alla sua terra, Karol Wojtyla aveva gettato un seme destinato in breve ad attecchire anche negli altri Paesi dell'Est europeo, che segui­vano con grande interesse quanto stava accadendo. Bisognava essere dotati di un coraggio pari ed anche superiore a quello degli antichi condottieri della fede, per condurre una battaglia la cui posta in gioco era il futuro del mondo. Quel coraggio Giovanni Paolo II lo dimostrò, tornando per ben otto volte nella sua Polonia, dove evidentemente sapeva di trovare il detonatore in grado di far sal­tare il sistema comunista.
Nel 1987 la Polonia era ancora sotto la legge marziale di Jaruzelsky e il sindacato Solidarnosc fuori legge. Ma a Danzica il Papa, di fronte a un milione di la­voratori, pronunciò dieci volte la parola Solidarnosc e incontrò Lech Walesa, che del libero sindacato era stato il fondatore. I frutti arrivarono con la caduta di Jaruzelsky, la democratizzazione del Paese, le prime elezioni libere, il crollo dei regimi comunisti negli altri Paesi dell'Est europeo e, nel novembre 1989, lo smantellamento a furor di popolo del Muro di Berlino.
Lasciate che io mi associ a quanto diceva Livio Caputo. Con l'esperienza che ho fatto nell'Est europeo, avendo conosciuto quali erano l'oppressione e la disumanità del sistema comunista, anch'io non credevo possibile che i miei occhi avrebbero visto l'evento della caduta del Muro di Berlino. Del resto, se mi è consentita una piccola notazione, neppure credevo che a Bologna, dopo 54 anni di regime comunista, il centrodestra potesse vincere. Quindi un Muro è caduto anche in Italia, anche se con il solito ritardo, lo stesso con cui i comunisti diven­tano, come Veltroni, anticomunisti.
Negli ultimi dieci anni il Papa ha visitato quasi tutti i Paesi dell’Europa Orientale: Repubblica Ceca, Romania, Ungheria, Slovenia, Croazia, Albania; non è an­cora andato né in Russia, né in Bulgaria, e voi sapete le ragioni, ma conoscete anche il grande desiderio che ha Giovanni Paolo II di visitare quei Paesi. Do­vunque ha ripetuto il suo messaggio, che ha rappresentato anche un forte stimo­lo ad una maggiore integrazione europea. Aver messo, accanto a San Benedetto, come patroni dell'Europa, i santi Cirillo e Metodio, è l'indicazione di come egli voglia questa unità, la ricomposizione del vecchio continente. "Nonostante le attuali, durevoli divisioni dei regimi, delle ideologie, dei sistemi economici e politici, l'Europa deve perseguire la sua unità fondamentale", ha affermato Ka­rol Wojtyla.
Ecco la seconda parte del messaggio di questi dieci anni dopo la caduta del Muro di Berlino: "L'Europa deve perseguire la sua unità fondamentale". Per questo deve rivolgersi anche al Cristianesimo, lo stesso Cristianesimo che esiste, pur nelle differenti tradizioni, nei territori dell’Est e dell'Ovest.
L'interesse commerciale può unire, ma può anche diventare implacabile fattore di divisione, e nella concezione di Karol Wojtyla ci vuole in Europa un cemento più solido. Il Cristianesimo è la lingua materna degli europei ed è anche la lingua dei diritti dell'uomo, che ne è per così dire un dialetto derivato. Dice lo scrittore Andre' Frossard: "Il Papa crede nelle Nazioni come crede alla diversità delle persone, ma rigetta il nazionalismo che riduce la politica al calcolo dei rapporti di forza, e la morale all'imperativo dell’istinto di conservazione. Ci sono Nazioni cristiane, ma non ci può essere un nazionalismo cristiano".
Io credo che per riunire le due metà dell'Europa, che è il tema fondamentale che ci siamo proposti di studiare, le idee, la cultura, la spiritualità di Giovanni Paolo il siano fattori indispensabili.
Quella dell'ultimo decennio è storia troppo recente per essere rievocata e sarà interessante soprattutto conoscere l'opinione dei nostri ospiti, che io saluto anche a nome dei parlamentari di Alleanza Nazionale, con grande cordialità ed af­fetto. Siamo stati tutti testimoni della frantumazione dell’impero sovietico, dei problemi immensi che ne sono derivati. Con un'efficace immagine, ancora Lech Walesa ha detto che quando, spazzata via la vecchia guardia sovietica, Gorbaciov arrivò al potere, fu come se si fosse messo alla guida di un'automobile alla quale i polacchi avevano smontato il motore.
La rivoluzione pacifica, avviata da Giovanni Paolo II con le parole pronunciate dopo l'elevazione al soglio di Pietro, ha dunque cambiato la storia senza provocare vittime ed ha contribuito in maniera determinante a fare giustizia della de­leteria ideologia comunista. Il sistema sarebbe finito in ogni caso, secondo Lech Walesa, ma molto più tardi e in maniera cruenta. In un articolo sulla Stampa il grande protagonista della perestroika, Michail Goibaciov, ha riconosciuto: "Quanto è avvenuto negli ultimi anni in Europa orientale sarebbe stato impossi­bile senza l’impulso del Papa e senza il ruolo eccezionale, anche politico, da lui svolto sulla scena mondiale".
Mi sembra di poter dire, parafrasando una celebre affermazione di Churchill, che mai tanta parte dell’umanità è stata debitrice di tanto a un solo uomo.
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